ROMANZO

di Romain Gary, Neri Pozza editore, Vicenza, 2025


LA STORIA

Mohammed, (per tutti Momo, anzi Momò), è un ragazzino arabo che vive nella banlieue parigina di Belleville, terra di immigrati. Senza genitori, abita con un’anziana prostituta ebrea, Madame Rosa, assieme a un gruppetto imprecisato e variabile di altri bambini a lei affidati dalle madri che esercitano “il mestiere”. Il condominio dello stabile è un campionario di pittoresca umanità, quasi tutti immigrati, arabi e  gente di colore, uomini che si arrabattono in mestieri più ò meno leciti e donne di vita o meglio, secondo le parole disincantate di Momo, “gente che si difende con il proprio culo”. Eppure, in questo sottobosco umano visitato dalla miseria e dalla degradazione ci sono legami veri e profondi, e nello squallore della vita giornaliera brillano pietre preziose come l’amicizia, la solidarietà, l’empatia, la partecipazione. Momo riesce ad andare oltre la cruda realtà e sa cogliere con sguardo acuto ciò che di buono, di positivo, di puro c’è nell’animo umano.

Momo ama ed è riamato da coloro con cui condivide la sua esistenza.  Accade che un moto di amore generato dall’incontro fortuito con persone al di fuori del suo mondo cambierà il corso della sua vita.


DAL TESTO

Madame Rosa aveva dei capelli grigi che cadevano anche loro perché non ce la facevano più. Aveva paura di diventare calva, è una cosa terribile per una donna che ha più ben poco d’altro. Aveva chiappe e seni più di chiunque altro e quando si guardava nello specchio si faceva dei gran sorrisi, come se cercasse di piacersi. Alla domenica si vestiva da capo a piedi, si metteva la parrucca rossa e si andava a sedere nei giardinetti Beaulieu e stava lì per ore e ore con eleganza. Si truccava parecchie volte al giorno ma cosa ci volete fare; con la parrucca e il trucco si notava di meno e poi metteva sempre dei fiori nell’appartamento per circondarsi di qualcosa di carino.

[…]

Non ho mai capito perché non permettono alle puttane registrate di allevare i loro figli; le altre non hanno problemi, Madame Rosa pensava che dipendesse dall’importanza che ha il culo in Francia, che negli altri posti non ce l’ha; qui la cosa ha delle proporzioni che non si possono immaginare se uno non ha visto, Madame Rosa diceva che il culo in Francia è la cosa più importante insieme a Luigi XIV ed è per questo che le prostitute, come le chiamano loro, sono perseguitate, perché le donne oneste lo vogliono tutto quanto per sé. 

[…]

Il dottor Katz era ben noto agli ebrei e agli arabi nei paraggi di rue Bisson per la sua carità cristiana e curava tutti quanti dalla mattina alla sera e anche più tardi. Di lui ho un buonissimo ricordo, era l’unico posto dove sentivo parlare di me e dove mi esaminavano come se si trattasse di qualcosa d’importante. Ci venivo spesso da solo, non perché ero malato, ma per sedermi nella sala d’aspetto. Ci stavo un bel po’. Lui lo capiva che stavo lì per niente e che occupavo una sedia quando c’era tanta di quella miseria al mondo, ma mi sorrideva sempre gentilmente e non si arrabbiava. Spesso guardandolo pensavo che se avessi avuto un padre avrei scelto proprio il dottor Katz.

[…]

Per fortuna avevamo dei vicini che ci aiutavano. Vi ho già parlato di Madame Lola che abitava al quarto piano e che batteva al Bois de Boulogne come travestito, e prima di andarci, visto che aveva la macchina, veniva spesso a darci una mano. Aveva solo trentacinque anni e aveva ancora molto successo davanti a sé. Ci portava del cioccolato, del salmone affumicato e dello champagne perché costava caro ed è per questo che la gente che si guadagna da vivere col culo non riesce mai a mettere dei soldi da parte. Era il momento in cui la diceria d’ Orléans sosteneva che i lavoratori nordafricani avevano il colera, che andavano a prendersi alla Mecca, e la prima cosa che faceva sempre Madame Lola era di lavarsi le mani. Aveva orrore del colera, che non era igienico e amava la sporcizia.

[…]

Il signor Waloumba è un nero del Camerun che era venuto in Francia per spazzarla. Aveva lasciato tutte le sue mogli e i suoi figli al paese per ragioni economiche. Aveva un talento olimpico per mangiare il fuoco e dedicava le sue ore straordinarie a questa impresa. Era mal visto dalla polizia perché provocava degli assembramenti, ma aveva un permesso per mangiare il fuoco che era ineccepibile. Quando vedevo che Madame Rosa incominciava ad avere l’occhio spento, la bocca aperta e se

 ne stava a sbavare all’altro mondo, correvo subito a chiamare il signor Waloumba che divideva un domicilio legale con altre otto persone della sua tribù in una stanza che gli ave

vano concesso al quinto piano. Se era in casa, saliva subito con la sua torcia accesa e si metteva a sputare fuoco davanti a Madame Rosa.


ALCUNE RIFLESSIONI

La storia, narrata da Momo in prima persona,  è costituita non tanto da un succedersi di fatti quanto da una galleria di ritratti nitidi e sfolgoranti di umanità. Le vicende  che accadono ai vari personaggi e che li pongono in relazione tra loro  assolvono alla funzione di metterne in luce i tratti del carattere, i pensieri e tutto ciò che fa parte del loro intimo essere. Potrebbe venirne fuori un’umanità dolente nel suo squallore, ma le pagine del libro riverberano una luce di positività, di resilienza, parlano di generosità e di amore solidale.

Tra tutte è indimenticabile la figura di Madame Rosa, una ex prostituta ormai anziana, grassa e quasi calva, che accudisce i bambini a lei affidati con un sentimento materno che va ben oltre la ricompensa in denaro che ne riceve, e che si lega in particolare a Momo con un affetto profondo.

Altri personaggi si stagliano netti in questo affresco di varia umanità come Madame Lola, un senegalese trans dal cuore d’oro, o il signor N’Da Amédée, “il più grande prosseneta e ruffiano di tutti i neri di Parigi”, analfabeta  e elegantissimo con il suo vestito di seta rosa e le mani inanellate, che si fa scrivere da Madame Rosa le lettere per la sua amata famiglia in Niger. E ancora, i quattro fratelli Zaum, che di mestiere fanno i facchini, i quali via via si caricano sulle spalle tutti insieme la strabordante Madame Rosa  per portarla giù dal suo appartamento al sesto piano e riportarla di nuovo su quando lei ha voglia di fare una passeggiata nel quartiere. Senza dimenticare il pittoresco Arthur,  un personaggio tutto particolare, la cui identità sta  al lettore di identificare leggendo il romanzo.

Una caratteristica e un pregio indiscutibile di quest’opera è il singolare linguaggio usato, o meglio creato, dall’autore.

Momo narra ciò che accade nel suo mondo con parole ed espressioni che appartengono al gergo della banlieue, ma filtrate e offerte al lettore nella maniera innocente e disincantata con cui il bambino vede la realtà che lo circonda, cosicché avvenimenti e persone perdono ogni ombra di turpitudine e appaiono lievi, puri, ironici, divertenti.


L’AUTORE

Gary, pseudonimo di Roman Kacew (1914-1980), è stato uno scrittore lituano naturalizzato francese. Molteplici sono stati i suoi impegni e i suoi interessi,  ha preso parte attiva nella Resistenza, ha lavorato anche come sceneggiatore e regista. In qualità di scrittore ha pubblicato numerosi romanzi con la casa editrice Gallimard, poi tradotti in varie lingue. Ha vinto due volte il premio Goncourt, la prima con Le radici del cielo nel 1956 , pubblicato con lo pseudonimo di Romain Gary, la seconda con La vita davanti a sé con lo pseudonimo di Emile Ajar.