I GIORNI DI VETRO
di Nicoletta Verna, Einaudi editore, Torino, 2024
LA STORIA
Castrocaro, periodo del ventennio fascista e della guerra. In un clima di inaudita violenza e di prevaricazione si incrociano i destini di due giovani donne. Redenta nasce in una famiglia modesta dove il padre, fascista arrogante, agisce da padrone. La sua vita appare difficile fin dalla nascita. Riesce a sopravvivere dopo che la madre l’ha partorita, ma, secondo le dicerie della gente del paese, è segnata dalla “scarogna”. Questo pregiudizio si rafforza quando da bambina contrae la poliomelite che la rende storpia. Questa menomazione fisica non ha nessuna ripercussione sulla sua indole che rimane dolce, ubbidiente, sottomessa. Pur ricevendo solo un’istruzione elementare Redenta sviluppa un’intelligenza di cuore, è accorta e attenta, riesce a leggere nell’animo degli altri con la sua sensibilità e con una naturale empatia. Si innamora di Bruno, amico d’infanzia, che promette di sposarla ma poi improvvisamente fa perdere le sue tracce, fino a che non ricompare nella sua vita in maniera del tutto nuova e imprevista. Per volontà del padre sposerà invece Vetro, un fascita dedito a una brutale violenza.
Iris è figlia di una maestra che con pochissimi mezzi e tanta ostinazione riesce a impiantare una scuola in un piccolo villaggio vicino Forlì. Dalla madre eredita la determinazione, l’abilià organizzativa, la capacità di prendere decisioni e di accettarne le conseguenze. Iris si innamora di Diaz, il capo di un gruppo di partigiani, e lo segue condividendo la precarietà e gli stenti di un’esistenza sempre in pericolo e partecipando attivamente alla lotta armata.
Sia Redenta che Iris dovranno affrontare esperienze che metteranno a repentaglio le loro vite e sarà in questi cupi momenti che vediamo le loro storie intersecarsi fino a sfociare in un finale del tutto imprevedibile.
DAL TESTO
Anche se mia madre non aveva rivelato a nessuno di Zambutèn, a Castrocaro lo sa
pevano tutti, o se l’immaginavano, che era la stessa cosa. Si sparse la fola che per mettermi al mondo lei s’era fatta fare un sortilegio di magia nera, perché lui aveva vissuto dai frati e nessuno conosce il diavolo meglio di Dio. E la gente capì che un po’ della scarogna di famiglia m’era rimasta addosso, la malasorte dei miei fratelli morti prima di essere battezzati, e presto a tardi sarebbe rispuntata: bisognava solo vedere quando e come.
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Bruno mi aveva presa in simpatia e voleva sempre stare assieme, e badava che non mi facessi male o che quegli altri impiastri non mi tormentassero. A me piaceva. Con la neve facevamo una slitta di stracci e ci buttavamo giù per la discesa della Postierla, e la nostra ombra sul muro mi pareva una creatura con due teste e quattro braccia: eravamo una cosa sola, mostruosa. Oppure salivamo su per la via fino alla torre del Campanone e al bosco della fortezza, per bagattare i nidi degli uccelli sugli alberi o trovare le pigne. La fortezza era spaventosa e dentro ci abitavano i derelitti di Castrocaro, quelli che non avevano una casa dove stare e morivano di fame. Noi avevamo paura che ci rapissero per mangiarci, quindi nessuno s’azzardava ad avvicinarsi, tranne Bruno. S’arrampicava fra i ruderi e tornava con dei tesori – rifiuti, carcasse, rottami – e i bastardi si azzannavano per litigarsi un bastone, o una bottiglia spaccata, finché Bruno non li separava a suon di svettole e li rimetteva a posto.
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A ottobre, quindi, inizio a fare la maestra. So che quello è il mio mestiere e lo sarà per sempre, e magari sarà il mestiere di mia figlia, se ne avrò una. Spiego le operazioni, indico agli alunni i fiumi sulla cartina. Uno è così lungo che arriva al mare: non lo vedrò mai. Non me ne importa. Alcuni scolari sono più grandi, ma mi obbediscono perché sono autorevole come mia madre e soprattutto perché parlo solo se sono certa di avere ragione, e non sbaglio mai. L’inattitudine all’errore li confonde, il mio aspetto serio e indisponibile al compromesso seda ogni tentativo di dileggio. Però è comunque difficile, perché spesso i bambini non capiscono, si scoraggiano oppure diventano arroganti. In quei casi si deve usare labacchetta, altro modo non c’è. Chi sgarra o sbaglia viene messo in piedi accanto alla cattedra e colpito con il frustino: è uno dei primi moniti di mia madre, anche se io spero che non ce ne sarà mai bisogno.
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Vetro si faveva chiamare così per via dell’occhio fasullo.
Era successo in Etiopia e non era facile notarlo, perché lui aveva imparato a muovere la faccia invece degli occhi, e poi perché guardava le persone sempre fisso, mai di traverso. Era anche per questo che aveva un’aria tanto solenne. Vetro teneva a quel soprannome perché fosse ben evidente a tutti, subito, il suo sacrificio: al Duce non aveva immolato solo la fede, ma un organo vitale. Per via del fascismo, non avrebbe più visto niente come prima. E chiunque doveva saperlo.
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Dal pomeriggio della proposta io e vetro non ci eravamo più parlati, ma la domenica, quando veniva a casa, mi spettava almeno il diritto di adocchiarlo dalla porta del camerino, senza avvicinarmi. Lui aveva un bel garbo da signore, si cavava il cappello entrando in casa e s’inchinava di fronte a mia madre. Poi si accorgeva di me e muoveva appena la testa, verso il basso, come a dire: “ Sì, questa che stiamo per fare è la cosa giusta: vedrai”. E io mi sentivo al sicuro.
– Quindi il matrimonio lo fissiamo nell’autunno, per voi va bene? – gli chiedeva mia madre.
-E’ la sposa che deve decidere. Chiedetelo a lei.
-La sposa obbedisce a noi.
-E’ proprio buona, quella bambina.
-Sarà la moglie migliore che potete immaginare.
Vetro guardava fisso mia madre e apriva il suo sorriso suadente.
-Non ho nessun dubbio, Adalgisa.
[…]
Cominciamo a sgranare a raffica. Anche i tedeschi aprono il fuoco, ma sono presi alla sprovvista e non sanno dove mirare, perché la pioggia di proiettili li sommerge, e di certo presumono che ci sia dietro un intero battaglione, e non quattro cristi disperati. Punto l’arma con la mente vuota, perdendo al cognizione del tempo; avverto solo il crepitio delle mitraglie e sto attenta a ripararmi dietro le rocce, fra gli alberi. Il bosco è un rifugio, una culla, e dopo un po’ le braccia si muovono da sole, con i soldati che cadono uno sull’altro – mi accanisco in particolare su chi cerca di fuggire: mirare alla schiena e vederli morire m’inebria, mi persuade finalmente che è la cosa giusta. E non c’è dolore né fatica, sparo e basta, con la testa annebbiata dal frastuono e dalla polvere, in una specie di estasi, e a un tratto la morte di quegli uomini mi dà pace, conforto, mi libera dal freddo che ho addosso da mesi. E’ sollievo.
ALCUNE RIFLESSIONI
Il romanzo, nei cui capitoli si alternano le voci narranti di Redenta e di Iris, ha tra le sue qualità più apprezzabili la potente caratterizzazione dei personaggi, ritratti con immediata naturalezza. A ciò contribuisce il largo uso della lingua dialettale che scorre nelle pagine irrorandole di autenticità. E così, mentre leggiamo, ci balzano dinanzi agli occhi la Fafina con la sua saggezza tipicamente paesana, Primo, il padre di Redenta, in tutta la sua spavalda tracotanza, o Diaz, il partigiano, che persegue e attua una giustizia inesorabile che non ammette deroghe.
Redenta e Iris si delineano come le protagoniste assolute della vicenda. Sono due figure femminili molto diverse tra loro, con le quali entriamo immediatamente in empatia. Di Redenta, prigioniera del suo ruolo di donna sottomessa, schiava del padre prima e del marito poi, amiamo il carattere docile e dolce che le fa accettare con rassegnazione silenziosa la sua difficile esistenza, resa ancora più amara dalla menomazione fisica.
In Iris, bella e sicura di sé, ammiriamo il carattere indipendente e determinato, l’ autonomia, l’audacia nel prendere decisioni pericolose e nello sfidare il destino. Eppure, seguendo le vicende del romanzo, accade di chiederci chi alla fine si riveli la più forte: la mite, passiva Redenta, che si dimostra però eroica nello sfidare con generoso coraggio la barbara violenza del marito pur di salvare una vita, o Iris, l’indomita partigiana che si lascia irretire e confondere dalla crudele e inutile insensatezza della guerra.
La brutalità del fascismo è incarnata perfettamente da Vetro, il marito di Redenta, un seviziatore sadico che prova piacere nell’infliggere tormenti e nell’uccidere. Sono proprio le pagine in cui lui è protagonista a tingere di fosca tragicità il romanzo, con immagini crude che suscitano orrore e indignazione e che sono rese in una prosa lucida e affilata come la punta di un bisturi. La storia si chiude tuttavia, attraverso la voce di Iris, con un accenno alla fiducia e alla speranza, perché rimanere vivi in un mondo che si sgretola è di per se stesso un miracolo, un dono immenso di cui essere grati.
L’AUTRICE
Nicoletta Verna (1976) è scrittrice e editor di narrativa italiana. Per Einaudi ha pubblicato nel 2021 Il valore affettivo che ha avuto la menzione speciale al Premio Calvino e ha vinto il Premio Severino Cesari e il Premio Massarosa. I giorni di Vetro si è rivelato un autentico caso letterario ed è in corso di traduzione in diversi Paesi.

