LA PARETE

di Marlen Haushofer, Edizioni e/o, Roma, 2026    


LA STORIA

Durante una gita in montagna una donna decide di non seguire i suoi amici che vogliono fare un’escursione in un villaggio della zona e rimane ad aspettarli nel loro chalet di caccia. Non vedendoli però tornare la sera e neanche il giorno dopo lascia l’abitazione per andarli a cercare giù in paese,  ma procedendo nel suo cammino si scontra con un ostacolo invisibile, una sorta di parete trasparente sorta dal nulla che di fatto circonda tutta la montagna, impedendo di passare dall’altra parte. La donna può quindi guardare ciò che c’è oltre la parete ma non può attraversarla. Quello che si offre al suo sguardo è uno scenario inquietante. Nell’immutata bellezza della natura la vita di uomini e animali appare essersi fermata, cristallizzata nel loro ultimo gesto vitale. Una donna siede immobile sulla panca fuori della sua casa, al sole, ai suoi piedi è accucciato un cane pastore, anche questo immobile. Un uomo è rimasto impietrito di fronte alla fontana, la mano protesa tra il getto d’acqua e il volto. E’ come se una folata di morte improvvisa fosse passata al di là della recinzione, fissando in un’immobilità eterna tutti gli abitanti.

La donna si rende presto conto di essere forse l’unica sopravvissuta, l’unico essere umano in vita sulla montagna. Comincia così un’esistenza difficile e dura, in cui ogni giorno è una lotta per sopravvivere, confortata solo dalla presenza di alcuni animali, rimasti come lei vivi perché al di qua della parete, che temperano la sua solitudine.  L’incredibile esperienza che sta vivendo con tutte le sue ardue prove e innumerevoli difficoltà genera a poco a poco nella donna una nuova coscienza di sé e una diversa concezione dei valori fondamentali nella vita.

DAL TESTO

Per fortuna avevo rallentato l’andatura, impedita com’ero dal cane, perché dopo pochi passi urtai con violenza la fronte, e indietreggiai barcollando.

Lince riprese subito a guaire e a stringersi contro le mie gambe. Sconcertata, allungai una mano e toccai qualcosa di freddo e di liscio: una resistenza gelida e levigata, in un punto in cui non poteva esserci altro che aria. Riprovai una seconda volta, esitando, e di nuovo la mia mano si posò come sul vetro di una finestra. Poi udii un battito forte e mi guardai attorno, prima di capire che era il pulsare del mio cuore a rimbombarmi nelle orecchie. Il mio cuore si era spaventato ancora prima che io mi rendessi conto.

[…]

Quando mi svegliai, il 10 maggio, pensai alle mie figlie come a delle ragazzine che trotterellavano attraverso il parco divertimenti, la mano nella mano. Le due adolescenti piuttosto sgradevoli, litigiose e senza cuore, che avevo lasciato in città, erano diventate all’improvviso del tutto irreali. Non sono loro che ho pianto, ma unicamente le bambine di tanti anni prima. Forse sembra molto crudele, ma non saprei davvero a chi mentire ancora, oggi. Posso permettermi di scrivere la verità; tutti coloro per amor dei quali ho mentito tutta la vita sono morti.

Intirizzita nel mio letto, incominciai a riflettere sul da farsi. Potevo ammazzarmi, o tentare di scavare un varco nella parete, la qual cosa, con ogni probabilità, sarebbe stata una forma più faticosa del suicidio. E naturalmente potevo restare qui e tentare di sopravvivere.

[…]

Nella vita precedente la mia strada mi portava per anni a passare da una piazza, dove una vecchia donna dava da mangiare a dei piccioni. Ho sempre amato gli animali e a quei piccioni, ormai da tempo pietrificati, andava tutta la mia simpatia, eppure non saprei descriverne nemmeno uno. Non so neppure di quale colore avessero gli occhi o i becchi. Proprio non lo so, e credo questo la dica lunga sul mio modo di muovermi attraverso la città. Solo da quando sono diventata più lenta, il bosco attorno a me palpita di vita. Non intendo dire che questo sia l’unico modo di vivere, ma per me è certamente quello appropriato. E quante cose sono dovute accadere, perché riuscissi a scoprirlo. Prima ero sempre in procinto di correre da qualche parte, sempre di fretta e in preda a un’impazienza esasperata, perché, in qualsiasi luogo arrivassi, dovevo sempre aspettare a lungo. Avrei potuto percorrere tutta la strada a passo di lumaca. Talvolta mi rendevo conto con assoluta chiarezza della mia condizione e di quella del nostro mondo, eppure non ero capace di evadere da quella vita insensata. La noia, di cui spesso soffrivo, era la noia d’un ingenuo coltivatore di rose a un congresso di fabbricanti di automobili. Quasi per tutta la vita mi sono trovata in mezzo a un congresso del genere, e mi stupisco di non essere a un certo punto caduta morta per il disgusto.


ALCUNE RIFLESSIONI

La protagonista del racconto, della quale non è mai menzionato il nome, richiama subito alla mente l’eroe settecentesco del romanzo di Daniel De Foe, Robinson Crusoe. C’è però una profonda differenza tra le vicende di questi due personaggi. Mentre la condizione di isolamento in cui si trova Robinson sull’isola è dovuta ad una circostanza comprensibile razionalmente, nella fattispecie un naufragio, nel caso della donna la sua reclusione sulla montagna non può trovare spiegazioni logiche. La parete sorta improvvisa dal nulla e che separa la donna dal resto del mondo, dove presumibilmente non ci sono più altri esseri viventi,  sfida ogni ragionamento. Quale significato riveste la parete? Desiderio inconscio di fuggire dal genere umano e di isolarsi? Oppure è una metafora per indicare un evento oscuro e improvviso che irrompe nella nostra vita scardinandola, costringendoci a prendere atto di noi stessi e a mutare la nostra scala di valori?

Per non impazzire la nostra eroina inizia a scrivere un diario, o meglio , come la chiama lei, una cronaca, annotando ogni piccolo evento delle sue giornate.  Impara a compiere dei lavori che mai si sarebbe sognata di fare nel suo vecchio mondo. Munge la vacca che ha trovato sulla montagna e dal latte, suo vitale sostentamento, ricava il burro usando una zangola, che come altri attrezzi di vario genere ha trovato nello chalet. Mette a coltura fagioli e patate, falcia i prati per rifornire d’erba la stalla, spacca la legna per la stufa. Trova in sé un’energia, una tenacia e una capacità di resilienza di cui forse non era consapevole nella sua vita precedente. A momenti di soddisfazione per ciò che riesce a fare con le sue sole forze alterna momenti di sconforto, ma non si perde mai del tutto d’animo, neanche dopo la perdita dolorosa di alcuni degli animali che condividono la sua solitudine.  Nel silenzio della montagna la donna sviluppa un nuovo rapporto con la natura, si ferma a contemplarne e ad apprezzarne la bellezza, cosa che mai le capitava nella vita frenetica che conduceva in città. Una nuova coscienza si fa strada dentro di lei, una meraviglia reverenziale quando si trova di fronte allo spettacolo di un cielo stellato o al verde digradare di prati e di boschi.  Diventa consapevole a poco a poco che la sua vita antecedente era senza senso,  e che è la sua atttuale esistenza, con tutte le inevitabili difficoltà,  ad avere significato.

Il romanzo manca di un vero e proprio finale, la storia rimane sospesa, e questo conferisce alla vicenda il fascino dell’immaginazione e dell’aspettativa. Non c’è immaginazione invece nella lingua che l’autrice usa magistralmente, una prosa lucida, concreta, priva di svolazzi e scevra di ogni tensione emotiva, che riesce a sorprendere e ad avvincere irretendoci  con la cronaca dettagliata di un evento straordinario.


L’AUTRICE

Marlen Haushofer (1920-1970) è una scrittrice austriaca che ha messo spesso al centro dei suoi lavori la  situazione di molte donne nell’Austria della seconda metà del ‘900 impossibilitate a rendersi autonome economicamente,  ad esprimere la propria opinione o ad affermarsi in un’attività intellettuale in una società di stampo maschilista. Ha scritto romanzi e racconti ricevendo vari premi, ma senza mai essere stata veramente accolta e riconosciuta nell’ambiente letterario. Tra le sue opere, Abbiamo ucciso Stella, Un cielo senza fine, La mansarda.  La parete, pubblicato nel 1963 e da cui sarà poi prodotta una versione cinematografica nel 2012, diventerà la sua opera più conosciuta.