LA STELLA RANDAGIA
LA STORIA
Napoli, 1909. Ester, una giovane donna segnata da un tragico passato familiare, è appena arrivata nella grande e caotica città da un piccolo paese del Friuli per lavorare a palazzo Spinelli, casa della nobile famiglia Ribas. Il suo compito sarà quello di occuparsi della piccola Malvina, una bambina nata con delle deformità che vive reclusa nella sua stanza e di cui tutti, anche la servitù della casa, devono ignorare l’esistenza. La bellissima Porzia, sua madre, troppo occupata dai riti della mondanità tra balli e serate teatrali, le vuole un bene distratto, ed è incapace di amare davvero quella creatura così tragicamente diversa da lei. Il padre Giacomo è un uomo gretto e meschino che si dà arie da letterato e prova un rifiuto netto e deciso verso la bambina. Infine Orsola, la zia che vive con la famiglia, è una donna animata da un senso religioso arido e intransigente che sfoga sulla bambina facendole recitare preghiere e rosari, come a volerla punire del suo aspetto deforme. Ester è l’unica a non provare ribrezzo per Malvina, anzi, mentre accude con delicatezza al suo corpicino martoriato, la ascolta e raccoglie le sue confidenze, accorgendosi di quanto la bimba sia acuta e intelligente. Ester ha la sua camera contigua con quella della bambina e spesso, di notte, sente dei mormorii, dei bisbigli, a volte dei pianti. Pensa che sia Malvina ma lei nega, e le parla di una sua amica invisibile, Bianca, che abita la casa e che la viene a trovare nella sua camera, facendole compagnia e annunciandole l’accadimento di cose belle e cose tristi. Ester è convinta che sia un’invenzione della bambina per consolarsi del suo isolamento, ma in effetti nella casa c’è un’atmosfera inquieta, si odono strani rumori, e la stessa Ester si sente risucchiata dalle ossessioni del suo passato. Il legame tra Ester e Malvina si consolida di giorno in giorno e diventa un affetto reciproco tenero e incondizionato. Un fatto straordinario cambierà le loro vite: l’annuncio del passaggio della cometa di Halley (la stella randagia del titolo), che provoca non solo nella famiglia Ribas ma in tutta la città un grande scompiglio perché la superstizione popolare la reputa un presagio della fine del mondo, spingerà Ester a prendere una decisione coraggiosa per sé e la bambina.
DAL TESTO
Mi parve un presagio quel fascio di luce che fendeva la camera e la divideva a metà, un valico tra due pozze di buio: quella in cui ci trovavamo noi, verso la soglia, e quella in fondo, dove, strizzando gli occhi, scorsi il letto addossato a una parete e una cassapanca dalla quale spuntavano bambole e marionette esauste. Si stagliavano nella semioscurità e dalla cartapesta e dalla porcellana affioravano dei sorrisi dipinti che erano ghigni pieni di cattiveria.
Dalle coltri si sollevava appena una cupoletta indistinta. Là sotto avrebbe potuto esserci una bestiola. Un gatto, un cagnetto simile a Petit, una volpe – quante ne avevo viste nei paraggi della sua casa! – , un animaletto, insomma, che si era intrufolato di soppiatto nel giaciglio e che adesso dormiva un sonno profondissimo.
[…]
Canebola era un luogo circoscritto nel quale la vita, quella di tutti, veniva contenuta e compressa in uno spazio minimo, quasi essenziale: una sola via maestra, poche diramazioni secondarie, sentieri, una manciata di case tutte uguali contornate di ballatoi di legno e assi grezze, un’unica pieve in cui pregare e riunirsi. Ciò che a qualcuno sarebbe sembrato privazione, per me aveva significato controllo e freno.
Napoli, oltretutto, da quanto avevo scorto nel giungervi, era una città di strati e di ripiegamenti, di ampiezze che d’un tratto si riducevano a strettoie, di salite e di ripide discese, di scale e scalette. Un labirinto ingannevole e fuorviante in cui avevo il timore di disciogliermi, di invischiarmi e di girare a vuoto.
Eppure, c’era un richiamo che si faceva acuto: nell’indaco del cielo, nella luce che premeva prepotente contro le vetrate della casa, nell’odore salino e aspro che penetrava da qualche finestra spalancata e circolava e mi diceva esci, respira, osserva.
[…]
Poi sentii il pianto.
Un singhiozzo acuto, seguito da altri, e gemiti, e pensai che fosse ricaduta in uno dei suoi drammi. Chissà quali terrori le attraversavano la mente, chissà quanti grovigli in quella testa piccola e compressa.
Aprii gli occhi e la guardai. Malvina seguitava a tener serrati i suoi, e no, non piangeva affatto.
Li socchiuse e me li puntò addosso.
“Avete lo spavento in faccia” mi disse guardandomi severa.
Le passai un dito lungo il solco delle occhiaie violacee e screpolate. Erano asciutte e secche.
“Non sono io che piango” mi disse con irritazione. “E’ l’altra. Lo volete capire o no?”.
Abbassò di nuovo le palpebre rivolgendo ancora il viso al sole.
“Si chiama Bianca” disse, sorridendo furba “e mi vuole molto bene perché dice che ci somigliamo”.
Mi fece una carezza sulla guancia e aggiunse: “Secondo me anche voi le somigliate”.
[…]
Feci qualche passo, arrivai al letto e mi distesi accanto a Malvina. Era su un fianco, le braccia al petto e le gambe raccolte, un piccolo uovo di carne racchiuso su se stesso , imbozzolato eppure colmo di una dismisura che non riusciva a contenere. Adattai il mio corpo al suo, aderii col mio petto alle sue spalle, con le mie gambe ai suoi esili polpacci e la cinsi con un braccio e l’altro lo arcuai sulla sua testa, come a comprenderla nel suo minuscolo intero. Povera stella sola, povera stella invisibile e ferita, venuta al mondo per essere scordata. Un immenso amore mi travolse quasi che, abbracciando lei, abbracciassi tutti i diseredati e i reietti. Mi arresi a quel bene, lo accolsi e lo guardai.
ALCUNE RIFLESSIONI
In una Napoli agli albori del novecento, dove la miseria del popolo che abita i vicoli stretti e bui si scontra e stride quotidianamente con la ricchezza della nobiltà arrogante e sfrontata che alberga nei palazzi, è ambientato questo romanzo a metà tra il reale e l’arcano. Nella sua costruzione che ricorda in qualche modo quella delle scatole cinesi si incastrano tre narrazioni distinte: la vicenda di Ester e di Malvina a Napoli, quella personale di Ester nel suo paese in Friuli , e infine la storia di Bianca, a cui è dedicata in particolare l’ultima parte del romanzo, o Appendice. Le tre narrazioni in realtà non sono separate ma si intersecano a più riprese, costituendo una trama unica e omogenea. Così il lettore viene a conoscenza della vita di Ester nel suo paese natale tramite le lettere che il marito le ha inviate dall’Austria, dove era andato a lavorare. Le missive si intercalano con una certa regolarità ai capitoli che vedono Ester a Napoli come governante di Malvina, dando spessore al personaggio di Ester con particolari importanti sul suo carattere e sulla tragedia che l’ha colpita. Anche per quanto riguarda la storia di Bianca, che costitusce l’elemento dell’arcano, tracce della presenza di questa creatura-spirito che sa prevedere il futuro e interpretare i versi degli uccelli sono disseminate con sapienza nelle pagine del romanzo, fino ad arrivare alla vicenda compiutamente narrata nell’appendice finale.
Colpisce nella prosa il contrasto tra immagini cariche di luce (come il fulgore abbagliante che inonda ogni angolo della città) e immagini dense di ombre (come il buio che regna nella stanza di Malvina, quasi ad escluderla dalla vita). Il ritmo della narrazione spesso si spezza e il periodo si frantuma e si slabbra graficamente in segmenti di frasi e di parole che riproducono il fluire e l’accavallarsi di immagini e sensazioni.
L’AUTRICE
Piera Ventre (1967) è considerata una delle scrittrici più interessanti della odierna narrativa italiana. E’ autrice sia di racconti brevi che di romanzi. Nel 2011 ha pubblicato la sua raccolta di racconti Alisei e, successivamente, Come il primo b
ene (Edizioni Erasmo 2012), Palazzokimbo (Neri Pozza 2016, finalista al premio Neri Pozza), Sette opere di misericordia (Neri Pozza 2020, selezionato al premio Strega e vincitore del premio Procida Elsa Morante), Le stanze del tempo (Neri Pozza 2021, finalista al premio Settembrini e al Premio Letterario Chianti).

